Call For Papers | Diafano. Vedere-attraverso. | 17, 18 e 19 giugno 2010, Fondazione Bevilacqua La Masa | francescobergamo
Si riporta integralmente la seguente call for papers, per la quale si segnala l’avvicinarsi della scadenza e si invita alla partecipazione:
La Fondazione Bevilacqua la Masa nella sede di Palazzetto Tito ospiterà nei mesi di giugno e luglio 2010 l’esposizione personale di Silvano Rubino intitolata In equilibrio tra due punti sospesi. Con l’occasione, nei giorni 17,18 e 19 giugno si terrà il convegno
Diafano. Vedere-attraverso.
Che cosa s’intende per diafano? E cosa, per trasparenza? Di quanti gradi, livelli, spessori è fatta la trasparenza? Possiamo assimilare diafano a trasparenza? O il diafano è solo un modo di esistenza del visibile che, seppure include la trasparenza tra le sue proprietà, non può esserne in nessun modo assimilato come semplice sinonimia? In cosa consiste allora lo scarto tra trasparenza e diafano sul piano materico e percettivo? E come cambia, a livello cognitivo e passionale, questa esperienza del vedere-attraverso ?
Goethe riguardo agli effetti di trasparenza e opacità affermava che se la torbidezza è un indebolimento della trasparenza e l’inizio della corporeità, possiamo definirla come un insieme di differenze, ovvero, di trasparenze e non trasparenze, da cui risulta una trama ineguale, una sorta di alterazione dell’unità che è, tuttavia, l’unica possibilità che abbiamo di percepire i colori. Questi, infatti, non possono essere colti se non all’interno di uno spazio torbido dove la materia oscura sembra combattere l’impero della luce. Analogamente il livello plastico di un’immagine non è mai da considerarsi come insieme di formanti stabilizzati una volta per tutte, ma come un processo in divenire che si rapporta alla percezione, soprattutto quando si ha a che fare con quelle forme di rappresentazione dell’impalpabile e dell’impercettibile. Queste ultime sono manifestate da alcune configurazioni testurali che mettono in scena il volatile, l’aereo. Il loro supporto, o ciò che s’interpone tra la vista dell’osservatore e l’oggetto osservato, nasconde e allo stesso tempo, attraverso l’effetto trasparenza, lascia trapelare. La sostanza che filtra lo sguardo è di natura tattile, a tratti palpabile, relativamente densa. È, ad esempio, la figura trasparente e opacizzante del velo. Con “velo” s’intende, infatti, una tessuto sottile che, pur coprendo e nascondendo, lascia intravedere ciò che sta sotto. A proposito dell’opera d’arte, riferendosi a Leon Battista Alberti e al suo celebre paragone tra il quadro e ciò che si vede attraverso un velo, Èmile Zola parlava dello schermo trasparente attraverso il quale vediamo gli oggetti più o meno deformati, soggetti a cambiamenti più o meno percettibili a seconda della natura di questo. Sono differenze modulate in base alle caratteristiche degli schermi, egli diceva. Lo schermo, anche quello apparentemente più trasparente, ha sempre uno spessore che rifrange e trasforma gli oggetti. Zola paragonava questa rifrazione a “una finissima polvere grigia”. La sua immagine di schermo polveroso anticipò un altro vetro impolverato, quello su cui Duchamp “sollevava la polvere”(élever, che, in francese, significa anche “allevare”). È il vetro polveroso che consentiva la nozione di retard, con tutte le sfumature di significato che questo termine comporta in Duchamp e che si assommano nella loro “unione incerta”.
Il diafano dunque non è tanto una qualità attribuita a immagini incorporee e atmosferiche in opposizione a forme plastiche precise, ma racconta piuttosto la storia di un percorso percettivo: racconta il processo di affioramento alla visibilità di un qualcosa attraverso forme, colori e configurazioni che accrescono l’iniziale incertezza, trasformando la loro contemplazione in un esercizio che non finisce nell’acquisizione di una certezza. Il diafano è l’ultimo stadio di rarefazione in cui la figura viene ancora percepita : rappresenta il minimo di definizione necessario affinché la percezione di questa venga riconosciuta come tale. Quanto più bassa sarà la sua definizione, quanto più ignoto apparirà l’oggetto. Nel diafano, alla problematica dell’opacità si aggiunge dunque la problematica della trasparenza, la successione per gradi della trasparenza. Tra trasparenza e opacità si distende un continuum graduale: dal fantasma della pura trasparenza (che al limite si confonde con il vuoto, il nulla) fino al traslucido (al diafano) che lascia filtrare la luce, ma non lascia vedere i contorni né le tracce delle figure dietro lo schermo. Il diafano è dunque il segreto di un visivo che lascia tracce del suo passaggio. È l’intervallo attraversato dallo sguardo nel farsi strada attraverso gli strati d’intermediazione costituiti da materie come l’aria, l’acqua, il vetro e ogni elemento translucido che può andare dalla pellicola filmica all’alabastro.
È dunque sulla natura semiotica di questa intermediazione che s’interpone tra il nostro sguardo e gli oggetti rappresentati, che il convegno si dovrà interrogare, a partire dalla riflessione filosofica sul diafano, fino allo studio di opere d’arte visive o musicali, dall’effetto nebbia nel cinema all’architettura translucida per finire con quegli oggetti il cui confine tra design e arte è talmente sfumato e indecidibile, da essere diafano appunto.
Patrizia Magli
E. Zola, Correspondance (1958-1871). Paris : Editions de Bernouard, 1928, pag. 250.
http://www.bevilacqualamasa.it
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