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PhD in Design Sciences - University Iuav of Venice

New Basic Design Lab #2.
Fra ricette e interfaccia
| maddalena dalla mura

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Ha avuto inizio oggi la seconda edizione dei workshop dedicati al Basic Design – o meglio al New Basic – promossi per il nostro dottorato da Giovanni Anceschi, con la collaborazione organizzativa di Nunzia Coco, Pietro Costa, Nicola Vittori e inoltre i “nostri” Simona Romano e Davide Fornari.
Se lo scorso anno è stato dedicato ai maestri della disciplina – Itten, Moholy Nagy, Maldonado, Albers e Munari – quest’anno l’obiettivo è piuttosto di allacciarsi al contemporaneo, segnalando come la teorica e la pratica dei fondamenti, oltre che sempre necessarie, possano essere testimoni del mutamento. E non solo perché le esercitazioni – che sono la modalità principe del basic – possono riflettere i segni del contemporaneo ma perché, in effetti, è oggi possibile parlare propriamente di un New Basic, quello in cui ampio rilievo è dato al tempo, alla temporalità. Non a caso, quindi, a tenere i workshop di questa edizione sono stati chiamati Giovanni Lussu e Cristina Chiappini, che hanno oggi illustrato le finalità dei laboratori.
È ben vero, ha ricordato Anceschi introducendo la giornata con un percorso che naturalmente ha toccato Bauhaus e Ulm, che il panorama italiano specialmente è stato piuttosto restio ad accogliere le tematiche del Basic, o meglio è stato piuttosto lento nel prenderne consapevolezza, giacché anche nel nostro paese i fondamenti hanno avuto insigni – e forse inconsapevoli – Maestri: Bruno Munari, Gianni Colombo, Anceschi stesso e il Gruppo T… Molti problemi sono sicuramente derivati anche da una problematica linguistica, laddove non esiste in italiano un corrispondente per il termine tedesco Gestaltung; e del resto neppure l’inglese design è preciso in questo senso, visto che contiene l’idea del disegno come rappresentazione, mentre il fulcro del Basic è proprio il dare forma, configurare… che sia con la matita oppure direttamente con l’argilla fra le mani non fa differenza!
Ma oggi qualcosa si sta muovendo pure in Italia, anche per stimolo dell’impegno di chi come Anceschi prosegue non solamente nel fare “l’ultimo dei Mohicani”, come egli stesso si è definito ironicamente e con riferimento alla scuola di Ulm – quella di Maldonado, per intendersi –, ma anche nel promuovere le potenzialità sempre attuali del Basic. Per questo centrale è l’esercitazione, che è sempre “d’autore”, ma adattabile, modificabile.
Da oggi e fino a venerdì 29 – quando saranno presentati i risultati, per finire con l’aperitivo musical-interattivo organizzato da Davide Rocchesso con Stefano Delle Monache, Pietro Polotti – i partecipanti affronteranno dunque due stimolanti workshop.

Una ricetta di Caponata alla siciliana - salsa San Bernardo è al centro del laboratorio Sinsemie. Notazione sinsemica di processi interattivi di Giovanni Lussu, che da anni scrive e opera per sostenere che “la lettera uccide”, come recita il titolo di un suo famoso testo, ovvero per far riflettere sugli errori di una impostazione o meglio un “paradigma”, che, con origine in Aristotele, informa la mentalità occidentale in merito a pensiero, parola e scrittura, ponendo quest’ultima come espressione di terzo grado. Con non pochi paradossi e contraddizioni, tutti evidenti nelle lingue che parliamo e negli alfabeti che usiamo. Viceversa, sostiene Lussu, è necessario un cambio di paradigma per far comprendere che oralità e scrittura sono forme che vivono su un piano di parità, intendendo peraltro per “scrittura” non il recinto dell’alfabeto – ben lontano, dice, dall’essere la forma scritta più evoluta – bensì forme, gesti, segni che sono espressione di primo grado. E simili considerazioni mirano anche a scardinare quella separazione fra immagine e scrittura che ancora sopravvive forte nella mentalità comune.
Partendo da una ricetta tratta dal Talismano della felicità, XIX ed., 1949, appunto Caponata alla siciliana - salsa San Bernardo i partecipanti dovranno sviluppare sistemi visuali, di segni, in grado di restituirne contenuti e istruzioni con una unica ricetta, o vincolo: escludere la notazione alfabetica.

Cristina Chiappini propone invece di lavorare su un tema a lei caro, quello del corpo e dell’interazione: The Body of Basics Interface interaction design.
Partendo dal Basic Design “classico”, l’ispirazione della sua proposta attinge però alla contemporaneità, all’attualità, alla mutata relazione con il corpo che molti di noi oggi esperiscono: il nostro corpo, il corpo degli altri, il corpo in rapporto con dispositivi e interfacce, l’immaginario collettivo del corpo così come è oggi filtrato o esposto negli spazi per esempio di YouTube. Se come ha scritto McLuhan la fotocopiatrice ci rende editori, è anche vero con de Kerckhove che internet ci rende tutti produttori televisivi. YouTube e fratelli sono questo. Affrontare i fondamenti della progettazione, quindi, significa indagare la coscienza che abbiamo del nostro proprio corpo e, insieme, le modalità con cui è possibile programmare e pilotare le esperienze altrui nell’uso che del nostro corpo facciamo, organizzando spazio e tempo. The Body of Basics mira a sviluppare l’attitudine progettuale a gestire contemporaneamente piani differenti, a organizzarli mediante una microregia che nasconde molteplici complessità.
Partendo da contributi sonori e visivi che i partecipanti trarranno da se stessi, dal loro corpo, le parti così ottenute verranno ricostruite in identità interattive, giocando con ironia sul sé.

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